Le Grave di Papadopoli

Vol I

Isole nella Corrente. Poco importa se fluisce nel Golfo caro ad Hemingway, oppure nell’alveo largo qualche chilometro di un fiume irruente e gonfio d’acqua com’era la maestosa Piave d’altri tempi. La condizione isolana non distingue fra oceani, lagune o torrenti. Accomuna gli abitanti in un’identità fatta di sensazioni condivise, di particolari relazioni cosmiche, di empiti naturali legati allo scorrere perenne e al colore cangiante dell’acqua nei giorni e nelle notti. L’alitare del fiume in una bava di vento leggero come nell’urlo dell’aria temporalesca mette continuamente alla prova caratteri e personalità di chi vive sempre sul fiume e del fiume.

Così è stato a lungo nelle case sparse sulla Grava che fu dei Papadopoli. Fino ad anni non remoti, se ancora tanta specificità vive nei tratti e nella memoria dei più anziani. I rivieraschi sanno riconoscerli dal modo di guardarsi attorno, quando sono sull’altra sponda. Poi, nel decennio successivo alla Guerra Granda, quando ancora reticolati rugginosi, bossoli e bombe inesplose, trincee e baraccamenti indicavano la vecchia fronte, di qua e di là del Piave, lontano, a monte, si alzarono dighe e barriere a catturare l’acqua del fiume e dei suoi affluenti. Finché sul vasto letto rimasero solo pozzanghere, e la corrente invisibile si immiserì nei rigagnoli sotterranei. Salvo le improvvise frustate dei giorni di piena, specie d’autunno, quando la Piave può ritrovare tutto il suo impeto, dilagando sulle case, distruggendo i campi lavorati, erodendo e sommergendo i segni del lavoro e le dimore dell’uomo.

In quei momenti ritorna per la Grava l’antica sensazione d’isolamento. Un’attesa gravida di silenzi, rotti soltanto dal fragore delle acque, che trascinano a valle alberi divelti, carogne di animali annegati, pollai spazzati via dai cortili. Sotto la superficie il fiume ritrova la forza per smuovere sassi e ghiaie minute, mentre sabbia e terra in sospensione colorano l’acqua di un giallastro bilioso, a specchio di certi cieli lividi di tempesta.

Quando ancora si guardava alla Piave col rispetto e il timore che si deve a un padre che dona e castiga, l’isola più vasta e le groppe sabbiose che formano il piccolo arcipelago fluviale della Grava hanno conosciuto la soggezione verso le acque, mai la rassegnazione. I vecchi abitanti, gravariòi patòchi, sapevano affrontare a muso duro le difficoltà di chi vive comunque separato dalla terraferma con le sue strade sempre aperte al cammino.

Sull’altra sponda, la normalità delle relazioni sembrava attenuare perfino la furia tremenda degli uragani, e buio e nebbie celare minori pericoli, almeno per l’animo di chi vive ogni suo momento consapevole d’essere circondato dall’acqua. Quegli uomini e donne sull’isola avvertivano costante il disagio delle improvvise necessità. Doversi allontanare per raggiungere il paese o la città vicina, per chiamare a soccorso la levatrice o un medico comportava il mettere mano alla stanga di robinia e salire in barca. Sempre che lo stato del tempo concedesse di traghettare.

Le storie che Maria Teresa Furlan ha raccolto, con l’amorosa cura di chi in questi luoghi è nato e s’impone come dovere il dare testimonianza delle generazioni trascorse nella fatica e nella pena, fanno memoria di tanti personaggi umili e fieri. Maestri d’ascia, pescatori, vignaioli, soldati, donne in casa e sui campi, piene di coraggio, e ragazze a servizio oppure operaie nella manifattura dei Monti. Un mondo di fede profonda, pronto a condividere lavori e feste, capace di far fronte comune davanti ai pericoli, senza mai perdersi d’animo, né attendere gli interventi dall’esterno.

Se il fiume si mangia la terra e ingoia le case, si ricomincia più in là. Gente che ha conosciuto i benefici della luce elettrica e del telefono solo quarant’anni fa, e una scuola stabile, sul posto, appena negli anni Trenta del Novecento, con la maestra che in caso di piena doveva trattenersi a dormire nell’aula. Anche la piccola chiesa, che incarna la devozione dei padri, consentendo loro di partecipare alle sacre funzioni senza ricorrere al passo barca, è sorta per opera del comune impegno a metà del Novecento.

Sono gli ultimi decenni di prima del ponte, quando, infine, le Grave si salderanno alle due sponde. Tramontano i secoli dell’isolanità, insieme alla millenaria civiltà rurale, con le sue durezze ma anche con il suo calore comunitario.

Maria Teresa Furlan ricostruisce uno scenario storico e naturale popolato di attori che compongono una comunità salda, tuttora. Il suo libro commuoverà i vecchi e, forse, per quanto è dato fare delle comparazioni in quest’epoca immensamente lontana dalla cruda stagione del lavoro manuale, potrà aiutare i più giovani ad intuire almeno di quanta sofferenza e di quanto amore dei predecessori è impastata questa loro piccola patria in mezzo a quanto resta del nostro fiume.

Modesto compenso alla dignità di tante donne e uomini che vissero e sono morti opponendo alla natura, talvolta generosa ma più spesso ostile, la loro tenacia, l’intelligenza di cavare il necessario da ogni più modesta risorsa del fiume e della terra. Nella successione di generazioni ricche solo di umanità.